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di Federica Olivo

 

huffingtonpost.it, 22 febbraio 2022

 

L’ultimo caso a Rebibbia. Il Garante Palma: “Molti avevano pene brevi. No al carcere per reati minori”. Antigone: “Riempire la vita dei detenuti di cose vere”.

Mario aveva poco più di 40 anni ed era entrato in carcere a dicembre 2021. Una condanna per direttissima, con fine pena nel 2024, per spaccio di droga. Non un trafficante, non un boss, non una persona con un passato di grossi crimini.

La sua era storia di emarginazione, di piccola delinquenza se vogliamo, come tante. Era, perché Mario (nome di fantasia) si è tolto la vita giovedì pomeriggio, nel carcere romano di Rebibbia. La prima a darne notizia è stata la garante dei detenuti di Roma, Gabriella Stramaccioni, che su Facebook ha scritto: “Continua questa strage infinita all’interno degli istituti penitenziari. Un sovraffollamento continuo, mancanza di personale, di educatori, di psicologi, di attività”.

Mario è il tredicesimo detenuto che si è tolto la vita all’interno di un carcere dall’inizio dell’anno. Un numero spaventoso, che diventa ancor più raggelante se si pensa che - come ha spiegato ad Huffpost il garante dei detenuti Mauro Palma - ci sono altri due decessi in cella che potrebbero essere classificati di qui a breve come un suicidio. Una tragedia silenziosa, fatta da protagonisti senza volto. Senza nome. Soli, con il loro passato difficile, con il loro presente travagliato, con i loro errori a cui riparare. Stretti in un contesto che ha tolto loro la speranza di un futuro. Fino a portarli a togliersi la vita. Nel 2021 sono stati 61 i detenuti che sono andati via così. Il 2022 è iniziato ancor peggio, con numeri tali da far pensare a un’emergenza. La cui soluzione non è certo dietro l’angolo.

Non conosciamo i dettagli della storia di Mario, ma dagli elementi che sono stati raccolti da chi di carcere si occupa tutti i giorni possiamo immaginare che non sia così diversa da quella delle altre persone che, in vari penitenziari d’Italia, si sono tolte la vita in cella. Come Miriam (ancora una volta un nome di fantasia) che di anni ne aveva solo 29 e che ha deciso di morire nel carcere di Messina, subito dopo un interrogatorio.

Era in custodia cautelare nell’ambito di un’operazione antidroga. Dopo la sua morte è stato aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio.

Notizie di questo genere sono arrivate nelle ultime settimane da varie regioni in Italia, anche se ci sono penitenziari dove la situazione è particolarmente critica, perché negli ultimi mesi i casi di suicidio sono stati vari. E l’allarme tra gli addetti ai lavori sale. A Monza, ad esempio, tra fine 2021 e inizio 2022 i suicidi sono stati 4. A Pavia 3. “Si tratta, nella maggior parte dei casi - riflette con HuffPost Mauro Palma - di persone ai margini della società, non di quelli che potremmo definire ‘delinquenti incalliti’, che hanno sofferto molto il primo impatto con il carcere”. E questo elemento, osserva il garante dei detenuti, “dovrebbe interrogarci tutti su come viene percepito il carcere all’interno della società”.

Se chi è fuori percepisce la detenzione come un marchio indelebile, è il senso delle sue parole, per chi è dentro la reclusione diventa un macigno insopportabile. Un punto di non ritorno. E poco conta se il reato commesso non è dei più gravi, se la condanna è lieve, se il fine pena non è lontano. La reclusione diventa qualcosa che ti allontana dal mondo a tal punto che ti convinci del fatto che il mondo, quando uscirai, non ti vorrà più.

E allora, in un momento di particolare sofferenza, decidi di farla finita. E se nessuno si accorge della tua storia diventi solo un numero. Da aggiungere a una lista di cui alla società interessa ben poco. Non è così per chi, invece, osserva la situazione dei penitenziari giorno per giorno. Che chiede interventi per fermare quella che qualcuno inizia a definire ‘strage’, e che propone soluzioni.

“La pena già di per sé comporta sofferenza - premette Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone - a ciò poi si aggiunge il problema del sovraffollamento: se i detenuti sono tanti e gli operatori sociali, gli psicologi, sono pochi, si corre il rischio che di quella sofferenza davvero non si accorga nessuno. E allora il malessere esplode”.

Il Covid ha certamente peggiorato la situazione, perché le attività in carcere sono state ridotte all’osso, i colloqui in presenza interrotti, la solitudine è aumentata. Cosa fare allora? “Il compito dell’amministrazione penitenziaria è aiutare i detenuti a scacciare i pensieri di morte - continua Gonnella - e si può riuscire in questo obiettivo riempiendo la vita di queste persone di cose vere”. Di contatti con la propria famiglia, prima di tutto.

Per il presidente di Antigone, tranne nei casi in cui per ragioni di sicurezza dei limiti sono necessari, sarebbe importante intensificare le telefonate con i propri cari per “sentirsi dire una parola di conforto, per alleviare il senso di colpa. O, semplicemente, per chiedere scusa. Come si fa a chiedere scusa se si può telefonare solo una volta a settimana, per dieci minuti?”, si chiede Gonnella. Che conclude: “Più contribuiamo alla qualità della vita durante la permanenza in carcere, più avremo dato un contributo alla prevenzione dei suicidi”.

Per Palma bisognerebbe prestare più attenzione ai detenuti che hanno particolari fragilità sociali. “Attualmente cinquemila persone sono in carcere per scontare una pena, intera, di tre anni - precisa - potrebbero accedere alle misure alternative ma non ci riescono. Perché appartengono a fasce deboli e, spesso senza dimora, non hanno un posto dove andare”. E così si trovano in carcere, anche per un reato minore, anche per un tempo breve. E il malessere non fa che aumentare, insieme all’emarginazione”.

Cosa fare per queste persone? “In Italia spesso per ogni fatto, anche minimale, si va direttamente in carcere. Bisognerebbe smetterla”, premette il Garante. E poi lancia una proposta: “Servirebbero delle strutture di controllo, diverse dal carcere, per ospitare persone che hanno commesso reati di lieve entità e che vivono una condizione di marginalità. Affinché queste possano scontare la pena in un contesto con una forte presenza di operatori sociali”.

Si tratterebbe, immagina Palma, di una sorta di strutture a custodia attenuata. Non comunità, ma neanche carceri. Una via di mezzo, per controllare, sì, ma anche per tendere una mano a chi, pur colpevole, si trova a essere il più debole dei deboli. Perché ciò accada, perché nasca questo tertium genus di strutture però, ci vorrebbe una riforma. E, al momento, non sembra all’orizzonte.

Quanto alla prevenzione dei suicidi, interventi mirati al momento non ce ne sono. Da via Arenula, però, assicurano che c’è attenzione e dei provvedimenti potrebbero arrivare nei prossimi mesi.

A dicembre ha concluso i suoi lavori la commissione voluta dalla ministra Cartabia e presieduta da Marco Ruotolo. Contiene varie proposte per migliorare, a legislazione invariata, le condizioni dei detenuti. Tra gli interventi che immagina la commissione c’è un più facile accesso alla tecnologia l’incremento dei colloqui, l’adeguamento delle celle e dei bagni - in realtà già previsto dal nuovo regolamento, ma in molti casi mai attuato - e una maggiore attenzione, in collaborazione con il ministro della Salute, al rischio suicidi.

La ministra Cartabia si muoverà seguendo queste linee guida. Il Garante Palma giudica positivamente le conclusioni della commissione Ruotolo, ma aggiunge: “Per fare i lavori di adeguamento, previsti peraltro nel regolamento del 2000 che viene definito nuovo nell’ambiente nonostante abbia più di 20 anni, c’è bisogno di spostare i detenuti in altri reparti. Se i numeri dei reclusi sono alti, come si fa? Servirebbe un rallentamento” degli ingressi in carcere. Un rallentamento che, però, c’è stato solo durante i periodi più duri della pandemia. Passata la fase acuta dell’emergenza sanitaria, i penitenziari hanno ricominciato a riempirsi e il sovraffollamento ad aumentare, anche meno velocemente di prima.

Quanto al Dap, il dipartimento del ministero della giustizia che amministra le carceri, è in un momento di transizione: l’attuale capo, Dino Petralia, andrà via dal primo marzo e lascerà questo ed altri dossier al suo successore. Il dipartimento, però, si è mosso per fronteggiare i suicidi degli agenti penitenziari. Dall’inizio dell’anno sono stati due, e i sindacati di categoria hanno chiesto maggiore attenzione. La scorsa settimana è stata emanata una circolare con delle linee guida per il sostegno psicologico degli agenti. Include, tra le altre cose, la creazione di un fondo destinato completamente “ad azioni di supporto al possibile disagio generato dallo svolgimento di un lavoro complesso, quanto mai unico nel suo genere”. Per sostenere, in qualche modo, la salute mentale dei detenuti, la strada è più complessa. Perché passa dalla soluzione di altri problemi che, fino ad ora, nessuno ha rimosso. Perché non ne ha avuto cura, o perché pur armato di sensibilità e di buone intenzioni, non ci è ancora riuscito.