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di Valter Vecellio

lindro.it, 3 marzo 2022

Cartabia invia al Consiglio Superiore della Magistratura la richiesta per mettere fuori ruolo il giudice della Cassazione ed ex magistrato di sorveglianza a Cagliari Carlo Renoldi. Lo vuole mettere a capo del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, dopo le dimissioni, per ragioni di famiglia, di Bernardo Petralia.

Renoldi ha come punto di riferimento ideale il compianto Alessandro Margara: personalità stimata dall’intera comunità penitenziaria per aver impresso una svolta nella concezione del carcere. Concezione da Cartabia condivisa fin da quando era giudice della Corte Costituzionale. Una scelta all’insegna di un più volte ribadito rispetto del garantismo e dei diritti costituzionalmente garantiti. Cartabia ha soppesato con attenzione il curriculum di Renoldi: la sua concezione del carcere, le sentenze emesse, le affermazioni pubbliche; e ha valutato il “dossier” come pienamente rispondente a quell’idea di un carcere dal volto umano che lei stessa ha raccontato innumerevoli interviste e interventi, sia da presidente della Consulta che da Guardasigilli.

Renoldi: 53 anni, cagliaritano, esperienze come giudice penale e magistrato di sorveglianza. Componente dell’ufficio legislativo di via Arenula che nel 2013 contribuisce a risolvere il caso Torreggiani, quando la Corte dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per il trattamento disumano dei detenuti. Esperienze nell’ufficio studi del Csm, infine la Suprema corte. Si definisce di sinistra, appartiene alla corrente di “Magistratura democratica”, ma è iscritto anche ad “Area”. Sicuramente Cartabia ha spulciato con attenzione anche i suoi articoli e saggi: “La mafia è un problema sociale gravissimo, ma un giudice non può essere anti qualcosa, anche un mafioso ha diritto a un processo giusto”; oppure: “Sono per un carcere costituzionalmente compatibile. Un carcere dei diritti, in cui però siano garantite le condizioni di sicurezza”.

Quanto alle sentenze emesse sono in linea con le indicazioni della Consulta con le sentenze sui permessi premio e sulla liberazione condizionale del 2019 e 2021 che fanno cadere il presupposto rigido della collaborazione. In un dibattito del luglio 2020concorda totalmente con “le indubbie aperture della Corte che hanno riscritto l’ordinamento penitenziario”; critica “le spinte reattive di segno assolutamente opposto, anche rivendicate orgogliosamente oppure nascoste e carsiche, anche abbastanza trasversali, che convergono sinistramente”; spinte che riguardano “alcuni ambienti dell’antimafia militante, settori dell’associazionismo giudiziario, nonché quella parte della magistratura di sorveglianza ostile ai diritti dei detenuti”.

Si capisce che questa scelta sia andata di traverso a molti. E infatti… Bordate sono subito giunte da Lega e Movimento 5 Stelle. La “colpa” imputata a Renoldi, in estrema sintesi. È di essere “troppo garantista”. Ora si può essere “garantisti” o non esserlo; ma esserlo “troppo” è qualcosa che si fatica a comprendere. A giudizio dei critici, il “troppo garantismo” consiste nell’aver espresso posizioni “troppo solidali” con la condizione dei detenuti, e a volte critiche nei confronti dell’operato degli agenti. L’ex sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone (Lega), vede con sospetto e diffidenza l’appartenenza a Magistratura democratica. Singolare la presa di posizione assunta da Giulia Buongiorno, reazione della responsabile Giustizia della Lega: manifesta preoccupazione per la scelta, in particolare “desta…affidare un incarico così delicato, anche per il messaggio che ne deriva, a chi ha assunto posizioni, anche pubblicamente, che hanno sollevato un vespaio di polemiche nel fronte dell’Antimafia”.

Il M5S è invece allarmato perché Renoldi è troppo favorevole alle garanzie. Sembra essere una colpa (“troppa”?) l’ispirarsi all’insegnamento di Margara, l’ispiratore della riforma penitenziaria e teorico del trattamento dei detenuti come persone.