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di Domenico Alessandro De Rossi*

 

Il Dubbio, 22 febbraio 2022

 

Di fronte ai massimi problemi presenti all’orizzonte che vanno dai traballanti equilibri fra Stati fino alle crisi che a cascata trascinano l’economia impoverendo i Paesi, innanzi all’assenza di piani di più lunga gittata riguardanti il rapporto tra energia e sviluppo industriale, scuola e formazione dei giovani, parrebbe fuori luogo ora soffermarsi sui problemi della giustizia italiana, del referendum, della riforma del Csm in discussione o, ancor meno, della nomina del nuovo capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Eppure, proprio perché siamo in una fase del mondo in cui la cultura sistemica si afferma sempre più, dall’ecologia, alla politica, dall’economia alla scuola, abbiamo finalmente compreso che siamo tutti in connessione e legati più o meno direttamente. Anche i problemi riguardanti la giustizia, in questa logica, non possono essere considerati estranei alla riflessione e al commento, ma legati alla cultura, al diritto, all’economia. Peggio ancora se sono intesi come temi esclusivi per i cosiddetti addetti ai lavori.

No, la giustizia, come la democrazia, i diritti umani, la scuola, il funzionamento dello Stato sono questioni che interessano tutti i cittadini e, naturalmente, le categorie professionali più direttamente coinvolte nella qualità del servizio-giustizia: dalla responsabilità della magistratura alla separazione delle carriere, dal processo all’esecuzione penale, fino alla gestione del fattore umano, che con difficoltà sopravvive in stato di detenzione, alle strutture e agli ambienti fisici destinati a quest’ultima condizione.

Il fatto che da anni l’esecuzione penale in Italia non funzioni non è una impressione onirica, una favoletta raccontata per fare impressione, ma una realtà drammatica e fallimentare che sperimentiamo ogni volta che veniamo informati del suicidio di detenuti, di pestaggi o di rivolte per protesta per le condizioni inumane in cui si vive in carcere. Loro, i detenuti, ma non meno i poliziotti penitenziari che, entrando nel girone infernale del mal funzionamento del carcere, troppo spesso ne rimangono coinvolti pagando personalmente, con la sofferenza se non anche con la vita, impegnandosi in minoranza di mezzi e numero dentro un lavoro pesantissimo.

Certo che paragonare la disfunzionalità delle carceri a una azienda in rovina è cosa ingiusta e impropria. Le aziende dovrebbero fare profitto e non fallire, le carceri dovrebbero tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 Costituzione) evitando che si ammazzi. Però, essendo ormai tanti gli anni che il Paese aspetta una risposta che possa risanare l’Universo della detenzione (titolo di un mio libro pubblicato oltre dieci anni fa, in cui tracciavo le stesse problematiche di cui ancora oggi si parla) non vogliamo abituarci a considerare le criticità dell’esecuzione penale come se fosse un fatto fisiologico, stabile, statisticamente normale. Talché si è sospinti a pensare che il permanere dello status quo sia da considerare, invece che un grave occasionale accidente (come si vuol far credere) o una imprevedibile evenienza nella gestione dell’esecuzione penale, ormai un assetto immutabile, non rettificabile perché cosi sta bene mantenerlo e tale dovrà rimanere.

Da più parti ho avuto modo di ascoltare e leggere che non sarebbe una eresia il pensare che un riforma strategica dell’esecuzione penale, tesa alla totale rifunzionalizzazione di procedure e strutture diventasse in futuro un autonomo Dipartimento, totalmente sganciato dal ministero della Giustizia, dalle sue logiche correntizie e dalla verticistica gestione troppo spesso legata a una visione della detenzione esclusivamente vissuta come sofferenza e punizione, non come opportunità di recupero e reinserimento sociale.

Di conseguenza la trasformazione strutturale del Dipartimento e della sua autonomia consentirebbe anche una diversa attribuzione dei compiti e delle responsabilità, demandando ad altre competenze, più vicine ad una logica gestionale più attrezzata a valori umanitari e procedure tese al recupero del detenuto, profondamente diversa da quella attribuita ad una cultura esclusivamente formata, quando va bene, su basi esclusivamente giurisdizionali e legalistico- securitarie (significativo che, di regola, a capo del Dap siano posti magistrati che hanno ricoperto incarichi importanti presso le Procure).

Così come le stesse competenze destinate alla direzione e alla gestione del carcere, in una visione alternativa, dovrebbero essere in grado di interpretare la struttura detentiva come un particolare nuovo organismo sociale, in grado di offrire formazione e capacità lavorativa di servizio al territorio. Una struttura simile somiglierebbe più a una fabbrica o una filiera dove si apprende, si lavora e produce, incentivando così il desiderio di appartenenza e reintegrazione sociale; quest’ultima andrebbe alimentata e favorita da una coerente presenza di altri operatori penitenziari, soprattutto funzionari giudico pedagogici, psicologi e assistenti sociali, formatori professionali e insegnanti, nonché dalle altre pertinenti professionalità.

Altro che le elucubrazioni di taluni che si improvvisano esperti, partecipando a convegni e tavoli organizzati, per discutere i colori delle pareti delle celle parlando di architettura e di neuroscienze che non conoscono, mentre le carceri continuano ad essere quel che viene evidenziato dalle cronache. È certo che il compito di sicurezza destinato alla Polizia penitenziaria dovrebbe essere visto e gestito a latere, quando non addirittura fuori della struttura e intervenire solo in presenza di aspetti violenti e criminosi (il che, però, porrebbe un problema di assenza di ogni sua specificità, favorendo la fungibilità con qualunque altro corpo di polizia).

Il carcere così ripensato diverrebbe altro da sé, migliorando coloro che vi entrano dando loro una maggiore opportunità di reintegro nella società, eliminando o attenuando di molto la recidiva e la radicalizzazione. In tal caso la dirigenza dipartimentale dovrebbe provenire però da una cultura specializzata della pianificazione e del management, oltre che della effettiva conoscenza della gestione delle risorse umane, supportata da una convinta e maturata esperienza nel settore Human rights. La figura di un giudice o di un pubblico ministero in tal caso sarebbe inefficace, oltre che incomprensibile, per una riforma destinata a trasformare il carcere in un organismo destinato al recupero dell’individuo così come richiesto dalla Costituzione e dalle stesse regole penitenziarie europee. Poche sono le occasioni di un ripensamento strutturale e totale. I referendum e le sollecitazioni del presidente Mattarella potrebbero essere di aiuto proprio oggi, dando alle istituzioni quel coraggio che nelle politiche penitenziarie continua a mancare.

*Vicepresidente Cesp