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di Luigi Manconi

 

La Repubblica, 23 febbraio 2022

 

Con una patologia oncologica incurabile, voleva “morire” in Italia. Oltre agli aspetti giuridici e politici, dobbiamo considerare la sofferenza delle persone. Per sottrarre la riflessione sulla mancata ammissibilità del referendum sulla depenalizzazione dell’eutanasia alle dispute tra giureconsulti e al conflitto politico-ideologico, un modo c’è.

Ed è quello di guardare l’aspra materialità delle cose e della sofferenza dei pazienti. Consideriamo, a esempio, la storia di Daniela, alla quale, nel 2020, all’età di 37 anni, viene diagnosticata una patologia oncologica incurabile con prognosi infausta breve. Nel febbraio del 2021 Daniela decide di contattare l’Associazione Luca Coscioni per avere informazioni su come accedere al suicidio assistito in Italia o in Svizzera.

Chiede alle Asl di Roma e di Foggia (dove ha la residenza) di essere sottoposta a visita, così che i medici possano valutare se il suo caso rientri fra quelli indicati dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2019: quelli, cioè, che consentono il ricorso al suicidio medicalmente assistito. Nel frattempo, anche se la Svizzera le aveva riconosciuto l’accesso al suicidio assistito, Daniela insiste per poter “morire in Italia”.

Dopo settanta giorni arriva la comunicazione da parte dell’Asl di Roma che, senza averla visitata, valuta che “la signora non riceve attualmente trattamenti di sostegno vitale tramite macchinari, bensì è sottoposta a chemioterapia e terapie del dolore”. Dunque, secondo la Asl, non sussisterebbe “una delle condizioni essenziali, così come richiesto nella sentenza della Corte Costituzionale, che possano rendere attuabile una ipotesi di suicidio medico assistito”.

Il che dimostra come la citata sentenza della Consulta, che pure ha costituito un passo avanti, rappresenti un limite insuperabile all’esercizio di quel diritto all’autodeterminazione sul quale deve fondarsi qualsiasi ragionamento in materia di fine vita. Ed è un limite fortemente discriminatorio, perché escludendo persone che pure soffrono dolori lancinanti, ma che non dipendono da macchine e altri presidi sanitari, le condannano a uno stato di sofferenza non lenibile e a un’agonia prolungata. Ed è lo stesso limite che presenta il disegno di legge in discussione alla Camera dei Deputati, come esito del confronto all’interno della Commissione Giustizia.

Eppure, come ricorda Filomena Gallo, segretario della Luca Coscioni, il criterio del presidio sanitario è già stato superato dalla sentenza del processo a Mina Welby e Marco Cappato per il suicidio assistito di Davide Trentini. Infatti, il 28 aprile del 2021, gli imputati sono stati assolti dalla Corte D’Assise di Genova perché il concetto di “trattamento di sostegno vitale” non significa automaticamente “macchina” a cui il paziente è legato, ma può essere anche altro, come un trattamento farmacologico.

Infine, tramite la difesa dell’Associazione Luca Coscioni, Daniela presenta presso il Tribunale di Roma un ricorso d’urgenza ex art. 700 del codice civile per chiedere che sia ordinato all’Asl competente di effettuare la verifica delle condizioni di salute. L’udienza è fissata per il 22 giugno del 2021. Daniela muore diciassette giorni prima, il 5 giugno del 2021. Come sempre, il tempo nelle cose umane è determinante. E, in questa circostanza, accompagna crudelmente l’ignavia di chi non sa assumersi le proprie responsabilità.