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di Costantino Visconti

 

Giornale di Sicilia, 18 febbraio 2022

 

A trent’anni dalla strage in cui fu ucciso suo padre, in una conversazione con l’editorialista del Giornale di Sicilia Costantino Visconti, la figlia del giudice fa un’analisi dei depistaggi e del clima nel quale Paolo Borsellino portava avanti la sua battaglia contro la mafia.

Ci avviciniamo al trentennale della strage di via D’Amelio. Sarai nostra compagna di viaggio nei Corsi di Scienze politiche e delle Relazioni internazionali dell’Università di Palermo in un percorso ricostruttivo, guidato dai nostri professori di storia, che abbiamo chiamato appunto “Officina 92/22” e che si snoderà durante l’intero anno accademico con diversi appuntamenti. Che ne dici di cominciare ad avviare la riflessione, partendo dalla questione più rovente, forse: dopo tutto questo tempo non abbiamo ancora una verità giudiziaria sul quel che accadde, se non la prova che vi furono depistaggi. Da questo punto di vista, sei una vittima della mafia che ti ha ucciso il padre ma anche della giustizia penale che non ha saputo e talora voluto accertare tutte le responsabilità per quella strage.

Sono passati trent’anni, ma i primi quindici o venti anni sono stati caratterizzati da incredibili anomalie sia dal punto di vista delle indagini, sia dal punto di vista dei processi che ne sono scaturiti. La cosa veramente sconfortante è che i vari depistaggi che hanno impedito di giungere a un qualche risultato sono in buona parte dovuti a uomini delle forze dell’ordine e degli stessi vertici della magistratura. Non solo errori su errori da parte degli inquirenti, ma pure una precisa volontà di allontanarci dalla verità da parte di molti. E anche chi avrebbe dovuto rimanere vigile e intervenire per evitare che le cose andassero come sono andate, è rimasto inerte. Si tratta di anomalie lampanti, che erano evidenti a tutti, e tuttavia solo di recente cristallizzate dalla sentenza del processo Borsellino quater.

 

Il più grande depistaggio della storia repubblicana, così lo hanno definito i giudici di Caltanissetta...

Un depistaggio grossolano, anche. Addirittura la sentenza afferma chiaramente che il pentito ha dichiarato il falso perché è stato indotto da coloro che lo gestivano, che si sono resi autori di una serie di forzature. Poi ci sono stati molti filoni di indagine incomprensibilmente trascurati. Si è sprecato molto tempo nel seguire piste investigative improbabili o mal impostate (ad esempio il processo della cd Trattativa arenatosi in appello), a scapito di altre verosimilmente più promettenti. Oggi, a distanza di tanti anni, la possibilità di raggiungere risultati apprezzabili è assai compromessa. Da questo punto di vista possiamo dire che l’obiettivo del depistaggio è stato raggiunto. E non è un problema che riguarda solo la mia famiglia, che anzi ha trovato gli strumenti per andare avanti. È un problema del Paese tutto, che in qualche modo deve essere affrontato per costruire con fiducia l’avvenire nostro e dei nostri figli soprattutto.

 

Ecco, quel che mi colpisce è che nel tuo percorso personale di elaborazione non sei mai rimasta intrappolata nelle doverose recriminazioni sul passato, ma tendi sempre a volgere lo sguardo verso il futuro...

Penso che questo derivi dagli insegnamenti che ho ricevuto in famiglia. L’esempio di mio padre, più che altro. Anche nei momenti più bui, quelli in cui il pericolo lo toccavamo con mano, non abbiamo mai perduto passione per le cose belle della vita. Questo non significa che non ci pesasse l’incombere costante del pericolo. E tuttavia mio padre non ha mai posto dei limiti alla libertà di noi figli di muoverci liberamente, di uscire e di vivere le nostre esperienze. Eppure lo vedevo che era molto in pensiero per noi. La notte quando ci ritiravamo ci aspettava sveglio consumando centinaia di sigarette! Basti pensare che il 19 luglio ero addirittura in Thailandia con amici di famiglia e quel viaggio fu proprio un compromesso raggiunto con papà. Io in realtà volevo andare in Africa, in una missione, insieme a un gruppo di volontariato con cui ero in contatto. Mio padre quella volta mi chiese di cambiare meta e quasi scherzando disse: “Fiammetta, se mi ammazzano come ti raggiungono laggiù?”.

 

La tua determinazione a non lasciarti sopraffare dagli eventi ti ha portato non solo a trasformare il dolore in impegno civile, ma a compiere un percorso non comune: tu sei andata in carcere a incontrare gli assassini di tuo padre e guardarli negli occhi...

È una decisione che ho preso parlandone prima con i miei fratelli. Sono stati due incontri. La prima volta ho incontrato sia Filippo che Giuseppe, nella stessa giornata. La seconda volta solo Filippo.

 

Parli dei Graviano. È la seconda volta che ascolto da te questo racconto e li hai sempre chiamati per nome. Devo dire che la cosa mi impressiona parecchio...

Sento che bisogna avere rispetto sempre per le persone, nonostante tutto quello che ci divide e ci separa. Non posso riferire in poche frasi il contenuto del nostro colloquio, che d’altronde è impossibile da riassumere.

 

Però è una scelta che rivendichi. Ti ha aiutato?

Sì. Ne sono uscita certamente fortificata. Il confronto con quelle due persone, così diverse da me, che hanno inciso così profondamente nella mia vita mi ha fatto crescere. Chissà se l’incontro è servito anche a loro, ma in qualche modo sono convinta di sì. Poi come lo sapranno elaborare non lo so. Sia a loro che a me hanno ucciso il padre. Loro sono cresciuti in un determinato contesto e hanno perpetuato vendetta e violenza. Io, figlia di un magistrato, ho seguito una strada opposta. Beninteso, ciò non li assolve dalle loro terribili colpe. Ma in ogni caso penso che bisogna smettere di porre la questione in termini di “perdono” o di “vendetta”. Io preferisco parlare di percorsi di cambiamento che mi possano avvicinare a una persona che mi ha fatto del male. Il confronto può anche essere doloroso, ma è anche la strada verso la riconciliazione interiore. Convivere con pulsioni di vendetta provocati dal delitto è una cosa pesantissima. Del resto è ciò che ha portato i Graviano e tutti gli altri come loro ad uccidere. Si entra in una spirale che genera sempre violenza, odio e vendetta. Una spirale tossica.

 

Né perdono, né vendetta, quindi, nei confronti dei mafiosi. E neanche rabbia?

La rabbia in realtà è un sentimento che ho provato e continuo a provare non nei confronti dei mafiosi, piuttosto nei confronti di chi mafioso non è ma non ha fatto il proprio dovere. Dal mafioso il male te lo aspetti. Non dovresti aspettartelo da chi è chiamato ad amministrare la giustizia. Mi fa male pensare che mio padre abbia potuto definire il suo luogo di lavoro, quello in cui passava la gran parte delle sue giornate, come un covo di vipere. Mi fa male anche pensare che mio padre dovesse difendersi anche dai suoi stessi colleghi. E mi fa male prendere atto che nei tanti anni trascorsi dopo la strage di via D’Amelio, molti che avrebbero dovuto indagare o capire che era in corso un depistaggio diabolico invece sembravano voltarsi dall’altra parte, forse impauriti dal pericolo che un accertamento a tutto tondo avrebbe messo in discussione quantomeno la linearità di molti magistrati.

 

Sei severa, oltre che arrabbiata...

Forse, ma è anche sotto gli occhi di tutti che troppo spesso parte della magistratura ha abbandonato il tanto osannato “Metodo Falcone e Borsellino”. Io non ho mai visto mio padre scrivere o promuovere libri su attività giudiziarie in corso. L’uomo che ho conosciuto io lavorava in silenzio e quando capitava non mancava di aiutare gli uomini della scorta a cambiare la ruota della macchina blindata che si era forata in autostrada. Io conservo quest’esempio. Mio padre ha rilasciato pochissime interviste e solo quando non ne poteva fare a meno. Piuttosto, dedicava molto tempo all’incontro dei giovani. Ci teneva. L’esempio era anche quello di Rocco Chinnici: come non ricordare i suoi interventi sulla droga! E poi mio padre guardava l’uomo prima del criminale: questa secondo me è stata anche la chiave del suo successo investigativo e professionale.

 

Ma torniamo alla questione mafiosa. La Corte costituzionale ha chiesto al parlamento di rivedere il regime del carcere duro e di prendere in considerazione la possibilità di concedere alcuni benefici anche ai mafiosi non collaboranti. Secondo alcuni questo costituirebbe un cedimento pericoloso...

A me è capitato di frequentare anche alcune carceri italiane per partecipare ad alcuni incontri con i detenuti. Mi rendo conto che non possiamo non porci il problema del senso della detenzione, specie in un sistema carcerario come il nostro, così pieno di problemi. Riesce davvero il carcere a provocare un cambiamento nelle persone? Se rispondiamo negativamente il carcere è una sconfitta. Questo vale anche per il 41 bis. Anche rispetto alle persone che più mi hanno fatto male come i Graviano, io non mi sento più appagata se loro restano segregati in una cella, ma se si accende una miccia di cambiamento. Attenzione: non necessariamente questa deve condurre a una collaborazione. A me interessa che si produca un mutamento profondo nelle persone. Per il resto, a me mio padre non lo restituirà mai nessuno.

 

Un ricordo privato. Cosa hai ereditato da tuo padre?

Ho sempre condiviso con lui la passione della lettura.

 

Che lettore era Borsellino?

Mio padre era un lettore onnivoro. Leggeva di tutto. Soprattutto era appassionato di letteratura tedesca. Kafka lo catturava. Poi i grandi polizieschi. Ho ereditato la sua grande collezione di Simenon. E i siciliani, non ultimo Sciascia, che era per lui un punto di riferimento.

 

Vuoi consigliare un libro ai nostri lettori?

Un libro che sto leggendo adesso, molto intenso: “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara.