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di Paolo Lambruschi

 

Avvenire, 20 febbraio 2022

 

Sono schiavi da sette mesi a Bengasi, sulla costa libica, dopo essere fuggiti dall’inferno del Tigrai. E ora rischiano l’espulsione nel deserto, destinati a sparire verso chissà quale destino come migliaia di altri fantasmi nati nell’Africa subsahariana e imprigionati nei centri di detenzione.

È l’ennesima odissea vissuta da una ventina di profughi eritrei, tra i quali cinque ragazze e cinque sedicenni in un lager, stavolta in Cirenaica, il Ganfouda detention center, controllato dalle milizie e ufficialmente sotto l’egida del Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione clandestina del ministero degli Interni libico.

A Bengasi i migranti sono spesso vittima di sequestri e arresti arbitrari da parte dei gruppi armati e trascorrono anni in cella prima di prendere la rotta del Mediterraneo centrale. Il gruppo di giovani prigionieri è l’avanguardia dei flussi in arrivo, secondo gli esperti, dal Corno d’Africa devastato da siccità e conflitti. “Siamo rinchiusi da luglio a Bengasi in questa prigione insieme a tanti altri africani. Siamo divisi per nazionalità - racconta concitato al telefono Thomas, nome di fantasia - le guardie libiche ci usano come schiavi. Di giorno ci portano a lavorare nei campi senza pagarci un soldo”.

Thomas, vent’anni, spiega anche perché hanno deciso di tentare l’ingresso in Europa dalla rotta che dal Sudan porta in Libia, dove i migranti senza permesso sono considerati clandestini e finiscono in prigioni spesso pagate dall’Ue. “Non avevamo scelta. Eravamo rifugiati in un campo profughi dell’Unhcr nel Tigrai, a Hitsats, quando nel novembre 2020 è scoppiata la guerra tra forze tigrine e l’esercito etiope alleato con quello eritreo.

La zona è stata invasa dagli eritrei. Ci siamo trovati davanti i soldati del paese dove siamo nati e dal quale siamo fuggiti per non servire il regime e fare il servizio militare a vita. Il campo è stato distrutto, molte persone sono state uccise o deportate, chi ha potuto è fuggito. In Tigrai la popolazione è sempre stata amichevole con noi. Ma le cose sono cambiate con la guerra, le truppe e la popolazione stessa ci davano la caccia perché i militari eritrei hanno ucciso i civili e stuprato le donne e volevano vendicarsi senza fare distinzioni”. 120 giovani, che abbiamo potuto raggiungere grazie all’Ong Gandhi Charity, decidono di imboccare l’unica via di fuga possibile, quella del Sudan.

Nove mesi fa sono riusciti a passare il fiume Tecazzè, confine dove i migranti di notte rischiano di venire divorati dai coccodrilli. “Siamo arrivati a Khartoum, la capitale sudanese - prosegue Thomas - e ci siamo rivolti ai trafficanti per raggiungere la costa della Libia e quindi l’Europa via Mediterraneo”. Ma una volta a Bengasi i soldi per proseguire sono terminati. I trafficanti eritrei li hanno venduti ai miliziani libici, i quali li hanno imprigionati.

“Le cinque ragazze che hanno viaggiato con noi sono state rinchiuse in una stanza buia dove vengono abusate sistematicamente dai carcerieri - prosegue Thomas. I libici ci hanno lasciato un cellulare per chiamare le famiglie e chiedere i riscatti. Ci picchiano e torturano in continuazione”. Non importa che siano stati registrati in Etiopia dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Sono clandestini da trattare come schiavi finché non trovano i soldi per pagarsi la libertà. O venire espulsi nel Sahara per far spazio ad altri se non pagano.

“Abbiamo chiesto di incontrare l’Unhcr, è venuta una donna che diceva di lavorare per loro. Non si è più fatta viva”. Thomas lancia un appello: “Siamo allo stremo, ammassati in 15 in una cella piccola in condizioni igieniche disastrose. Alcuni di noi hanno malattie respiratorie e la scabbia, il cibo è scarso, beviamo acqua sporca. Chiediamo all’Unhcr di portarci nei campi in Niger o in Ruanda. Vogliamo vivere”.