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di Susanna Turco

 

L’Espresso, 27 febbraio 2022

 

Ministro. Premier. E oggi presidente della Consulta. Amato dilaga sui media nella forma inedita della sentenza vivente. Per dimenticare il trono che gli è mancato. Il Quirinale.

Il primo segnale è arrivato il 3 febbraio, alla cerimonia d’insediamento del capo dello Stato, quando Giuliano Amato, 83 anni, col piglio di chi la corsa per il Quirinale è abituato a perderla (la prima volta fu trent’anni fa, sfamo almeno alla quarta) così salutò Sergio Mattarella: “Hai visto che è finita come dicevamo noi, non come dicevi tu”.

Ecco forse già lì iniziava il nuovo corso. “Come dicevamo noi”. Ma noi chi? Amato è il primo nella storia d’Italia ad essersi così sdoppiato in ruoli opposti: due volte presidente del Consiglio (ma anche più volte ministro), ora presidente della Consulta, è passato da massimo decisore politico a massimo giudice delle leggi. Parte e controparte: legittimo, ma complicato.

È difficile spogliarsi dai panni del politico, fino a che punto lo si vede già. Moltiplicata l’esposizione mediatica, Amato è comparso in ultimo anche in tv, in prima serata, dove di rado ci si imbatte in un presidente della Consulta in carica. A Di Martedì, sfregando le affusolate dita allenate a vivisezionare commi, Amato ha spiegato dello “sbriciolamento” in atto, parlato di “comunismo” e “democrazie” e ripetuto una specie di curiosa sineddoche: “Se io Consulta”.

Ma io chi? “I referendum sono una cosa molto seria e perciò bisogna evitare di cercare ad ogni costo il pelo nell’uovo per buttarli nel cestino.

Dobbiamo impegnarci al massimo per consentire, il più possibile, il voto popolare”, aveva detto agli assistenti di studio dei quindici giudici costituzionali, cinque giorni prima di bocciare tre quesiti su otto, due dei quali (eutanasia e cannabis) sottoscritti da quasi due milioni di persone. Parole che - sembrando una spinta pro referendum - avevano fatto storcere il naso ai puristi affezionati all’idea per cui i giudici parlano attraverso le sentenze.

Non s’era visto ancora niente. Il 16 febbraio, conclusa la camera di consiglio sull’ammissibilità dei referendum, Amato si è presentato in una forma inedita: quella della sentenza vivente. È sceso in conferenza stampa, per comunicare decisioni appena prese dalla Corte circa gli ultimi tre quesiti e spiegare il tutto. “Un’usanza che c’era in anni lontani”, ha detto.

Si tratta di una scelta in realtà senza precedenti: né Francesco Saja nel 1987 (tassa sulla salute), né Francesco Paolo Casavola nel 1993 (buonuscita degli statali), avevano infatti parlato di una materia così delicata come il referendum. Ma c’è di più. Amato, nell’illustrare le decisioni, ha raccontato alla sala la sostanza di sentenze inesistenti in quanto ancora non scritte.

È entrato nel merito di tabelle, ha fatto esempi sbagliati (quello del ragazzo ubriaco che chiede di essere ucciso: caso in realtà non toccato dal quesito), ha polemizzato con “l’uso generalizzato” del termine eutanasia, fornito in generale elementi che neanche sappiamo se rientreranno nelle motivazioni delle sentenze, certamente in quel momento non ancora estese.

In effetti, proprio in tv, Amato ha fatto un superbo lapsus: “Aspettiamo le sentenze che spiegano le motivazioni”, ha detto alludendo ai referendum appena bocciati. Voleva dire: le motivazioni che spiegano le sentenze. Ma ha fornito una splendida sintesi di come si è invertito il corso delle cose: le motivazioni in effetti lui le ha già date, arriveranno poi delle sentenze a spiegarle. La Corte costituzionale c’est moi.