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di Massimo Nava

 

Corriere della Sera, 23 febbraio 2022

 

Da Elena di Troia in poi sono sempre stati utilizzati falsi pretesti per giustificare attacchi, invasioni, bombardamenti. Le menzogne sovietiche e poi russe. Gli interessi dei Paesi occidentali. “In guerra la prima vittima è la verità”.

Dai tempi di Eschilo, la constatazione è stata reiterata da scrittori, politici e giornalisti al fronte per denunciare l’infernale miscela di propaganda e false reciproche accuse di cui si nutre un conflitto, con l’intenzione ovvia - come si vede in questi giorni in Ucraina - di condizionarne le sorti. Ma l’”uccisione” della verità comincia a ben vedere prima della guerra, serve da secoli a preparare il terreno delle ostilità e a giustificarne più o meno nobili ragioni, che si tratti di riportare a casa Elena di Troia o di recuperare un territorio o di soccorrere un popolo oppresso.

Da settimane, gli Stati Uniti diffondono report “segreti” sulla probabile invasione dell’Ucraina. Qualche riserva sarebbe stata legittima, se si ricordano le notizie sulle “armi di distruzione di massa” in possesso di Saddam Hussein, rivelatesi false, per stessa ammissione degli americani, a suo tempo argomento formidabile per giustificare l’intervento in Irak. Ma il riconoscimento, da parte di Mosca, delle regioni separatiste e il conseguente sconfinamento militare a “protezione” dei cittadini filo-russi ci dice quanto le accuse americane siano tanto vicine a una realtà che Putin continua a dissimulare con il vecchio leit motiv dell’”aiuto fraterno”.

La storia non viene in soccorso della credibilità di Putin. Dall’Abkhazia alla Crimea, e ieri nel Donbass, è un susseguirsi di azioni unilaterali e “aiuti fraterni” che ricordano altri “aiuti fraterni” orchestrati da Mosca in passato, teorizzati per difendere la propria sfera d’influenza, al pari di Washington che inviava aiuti “fraterni” al Vietnam del Sud e ai mujaheddin in Afghanistan.

È vero, la Russia di Putin non è l’Urss di Breznev, ma sindrome d’accerchiamento (ieri Napoleone e Hitler, oggi la Nato) e ambizioni imperiali sembrano impresse nel Dna di una geopolitica. Trentatré anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Est dell’Europa è ancora una minaccia o un ideale, a seconda dei punti di vista.

Breznev teorizzò che l’autonomia di Paesi e partiti “fratelli” aveva il suo limite nella non messa in discussione di patti militari e principi del socialismo. Fu così che nel novembre del 1956 l’Armata Rossa fu “invitata” in Ungheria per sostenere un governo “legittimo” minacciato da una rivolta “sostenuta dall’imperialismo”. La storia dell’aiuto “fraterno” fu riprodotta in fotocopia nell’agosto del 1968 in Cecoslovacchia e un esito simile fu evitato nel 1981 in Polonia, ma “grazie” al colpo di Stato del generale Jaruzelski. In mezzo, ci fu un’altra invasione “fraterna”, nel dicembre del 1979, per deporre il presidente afghano Amin, che peraltro aveva instaurato un regime comunista.

L’intervento “fraterno” che avrebbe cambiato la Storia non fu attivato nella Germania dell’Est per la decisione di Gorbaciov che, di fatto, accelerò il crollo del regime di Honecker e dette il via libera alla riunificazione tedesca. In quel contesto, il leader sovietico accettò lo smantellamento dell’Armata Rossa e l’ingresso di tutta la nuova Germania nella Nato, salvo pretendere che la Nato non si sarebbe mai avvicinata alle frontiere russe. Un impegno non scritto nel marmo, comunque disatteso.

Da allora, la Nato ha coltivato ambizioni di allargamento a Est e di intervento in vari angoli del mondo con motivazioni non proprio in sintonia con i principi dell’Alleanza: dal Kosovo alla Libia, dall’Iraq all’Afghanistan, con risultati giudicati già dalla cronaca, prima che dalla storia.

Quanto alle fake news preventive, diversi governi europei - al pari di americani e russi - non si sono fatti mancare nulla. In Bosnia, croati e serbi si dissero minacciati dalla maggioranza bosniaca-musulmana e così giustificarono interventi armati, secessionismo e massacri.

La Francia del presidente Sarkozy promosse il bombardamento della Libia e l’eliminazione del dittatore Gheddafi, nella presunzione di sventare il massacro di un popolo e instaurare un regime democratico, ma con un occhio agli interessi della Total. La Serbia di Milosevic fu bombardata dalla Nato e l’intervento fu approvato dai governi italiano e tedesco.

Le motivazioni furono politiche, più che giuridiche: la repressione in atto contro gli albanesi del Kosovo (definita genocidio) e la tesi che la Serbia rappresentasse una “minaccia” per l’Europa. Milosevic, per evitare le bombe, avrebbe dovuto concedere l’indipendenza della provincia secessionista e aprirsi alla Nato. E il Kosovo divenne un formidabile pretesto, nelle mani di Putin, per l’”indipendenza” della Crimea filorussa.

All’indomani della caduta del Muro di Berlino, lo storico americano Francis Fukuyama teorizzò “la fine della storia”, immaginando un mondo pacifico grazie appunto alla fine della guerra fredda. Più che una fake news si rivelò una tragica illusione. Oggi, come ieri, il conflitto fra sovranità statuale e autodeterminazione dei popoli, condizionato da sfere di influenza e micidiale propaganda, resta drammaticamente d’attualità e in buona sostanza insolubile, salvo rimpiangere stabilità da guerra fredda e regimi. Almeno fino a quando l’aggettivo “fraterno” cesserà di essere un pretesto o una bugia.